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Dalla buccia di mela alla borsa di lusso: la moda circolare che riscrive le regole

Le pelli vegetali da scarti agricoli sono il futuro della moda sostenibile? Tra ricerche, dati e casi di studio, ecco cosa c’è da sapere

Un tempo considerati cascami senza valore, oggi sono la materia prima per una rivoluzione sostenibile che sta scuotendo l’industria della moda. Parliamo degli scarti dell’agricoltura e della trasformazione alimentare: bucce di mela, foglie d’ananas e vinacce d’uva. Materiali che, grazie a ricerca ed innovazione, possono perfino essere trasformati in pelli vegetali.

Questa transizione, però, è davvero la chiave per un guardaroba ad impatto zero? Nonostante, in molti casi, le informazioni siano frammentarie e contraddittorie, abbiamo provato ad analizzare i dati raccolti dai ricercatori, tentando di confrontare numeri e processi produttivi per capire dove si nasconde la vera sostenibilità. Alcune domande rimangono aperte (quindi si accettano volentieri commenti e integrazioni utili al dibattito sotto i post social relativi a questo articolo).

L’impronta della pelle tradizionale e le controversie sui dati

Prima di esplorare le alternative, è fondamentale comprendere il punto di partenza. La produzione di pelle animale può essere un processo ad alta intensità di risorse, con un’impronta ecologica significativa. Il problema inizia molto prima della conceria. Quando si parla di impatto ambientale, infatti, il dibattito sulla pelle bovina è sempre stato acceso. Per anni, uno degli strumenti di riferimento per l’industria della moda, l’Higg Materials Sustainability Index (MSI), ha attribuito alla pelle un’impronta ecologica molto elevata, portando anche a paragoni spesso sfavorevoli con i materiali sintetici derivati dal petrolio. Questi dati, tuttavia, sono stati al centro di una lunga e accesa controversia. Già nel 2020, la filiera della pelle, rappresentata da associazioni come ICT (International Council of Tanners) e UNIC – Concerie Italiane), aveva contestato formalmente l’indice, denunciando l’uso di dati obsoleti, metodologie inappropriate e una scarsa trasparenza che penalizzava un materiale naturale e durevole.

Questa battaglia, combattuta a colpi di dati, ha recentemente raggiunto un punto di svolta. In risposta alle critiche, l’industria della pelle ha promosso un nuovo ed imponente studio LCA (Life Cycle Assessment). La società di consulenza Spin 360 ha raccolto ed analizzato i dati di 92 prodotti in pelle bovina provenienti da 45 concerie in 18 Paesi, fornendo una base scientifica solida ed aggiornata. I risultati di questo report – divulgati nell’ottobre 2024 – sono molto interessanti. In base a quanto riportato nello studio, l’impatto ambientale complessivo della pelle bovina è stato ridotto tra il 55% e il 67%, mentre il suo punteggio relativo al potenziale di riscaldamento globale (Global Warming Potential) è crollato di circa il 60%, passando da 36,8 a 14,6 punti.

Passiamo ad un altro aspetto critico del processo produttivo: la fase di concia. Indipendentemente dai nuovi calcoli sull’impronta carbonica, rimane il fatto che la maggior parte delle pelli viene trattata con agenti chimici che ne garantiscono stabilità e resistenza nel tempo. La gestione di questo processo è cruciale: se i fanghi e le acque reflue delle concerie non vengono trattati secondo rigidi protocolli, esiste il rischio concreto di contaminazione del suolo e delle falde acquifere. La sostenibilità, quindi, non si misura solo con un singolo indice, ma con la gestione responsabile dell’intero ciclo produttivo, dalla materia prima al trattamento chimico, fino al fine vita del prodotto.

A chiusura di ciò è importante ricordare che, nel 2024, l’ONU, attraverso la sua agenzia per lo sviluppo industriale (UNIDO), ha scelto la SPIN360 – che, come abbiamo visto, ha condotto lo studio approfondito sull’LCA della pelle – per definire le linee guida globali per il calcolo della carbon footprint nel settore. L’obiettivo è armonizzare le metodologie LCA (Life Cycle Assessment) e superare la frammentazione dei dati. Il progetto – secondo le previsioni – svilupperà anche uno strumento pratico per permettere alle concerie di misurare la propria impronta di carbonio in modo standardizzato e scientifico.

di Letizia Palmisano

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